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29 de Agosto, 2007


poesia coreana (coleccion gaviotas de azogue 8)

POESÍA COREANA CLÁSICA: SHIJOS

Siglos XV / XVI / XVII

LA VELA EN EL CUARTO

Yi Kae

¿De quién se habrá despedido la vela en el cuarto?

Llora afuera sin saber que se quema adentro.

La vela, como yo, no sabe que se quema adentro.

EN EL CAMINO LEJANO

Wang Pan-yon

En el camino lejano le dije adiós a mi amor.

Con el corazón naufragado me senté a la orilla del arroyo.

El agua, como mi corazón, fluye llorando por el camino de la noche.

RECORTO MI CORAZÓN

Chong  Ch'ol

Recorto mi corazón y hago la Luna.

La cuelgo en lo más alto del cielo.

Ilumino el camino que lleva.

LA NOCHE MÁS LARGA

Hwang Chin-i

La noche más larga del invierno la corto por la mitad.

La guardo bajo mi cobija de primavera.

Cuando venga mi amor, la desplegaré.

SOSTENIENDO UNA COPA…

Yun Sondo

Sosteniendo una copa me siento y contemplo las lejanas colinas.

Si viniera mi amor, si viniera, alegraría este momento.

Yo adoro las montañas, pero ellas no hablan, no ríen.

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 8:11, Categoría: poesia
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francisco garzon cespedes (coleccion: gaviotas de azogue)

TRILOGÍA DE CUENTOS HIPERBREVES RAROS

Francisco Garzón Céspedes

LO QUE VA DE UNO A OTRO

Los ojos comen la boca que come las orejas que come el ruido de la nariz que aspira un grillo y no lo expira.

SUCESO CON COPA

Una copa sale de su oreja. El cristal estalla al contacto con el aire. Cae dentro de su boca que lo tritura. Es llorado por sus ojos. Las lágrimas moldean nuevamente el cristal tallándolo. Una copa sale de su oreja.

OSCURIDAD DONDE NO SE RESPIRA

La taza se sumerge en el café con leche que la desborda. Se sumerge tanto que emerge en otro espacio. Uno donde queda sumergida. Uno donde no es la taza en la que alguien bebe, sino quien bebe oscuridad mientras no respira.

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 8:08, Categoría: cuento
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enrique gallego, argentina

TRÍPTICO CON NIÑOS ADENTRO

A los niños.

a los que aún pueden.

Entran los pequeños a la Casa Correcta

y los estragos mueren con cautela.

 Entran pequeños y de boca desnuda ´

De vidas por decir.

Asoman las dientes mordiendo a destajo

Sonrisas sin monedas

Roja carne sin máculas

Cruzando puentes donde la ira aplaca.

Libertos y de cielo propio

Pequeños con rumbo de aire

Buscarán más allá de la inocencia

Los bellos pájaras ocultos

Para beberles el canto

Y olvidar en ese trago

La vieja resaca de los trapos.

ll

Son hijos nuestros aunque no lo quieras,

No niegues el filo del dolor

Los pequeños reinos fueron desarmados

Nos guía la intemperie.

Niños nuestros son, aunque yo parezca un tonto

Son ellos

A pesar del cabello

Las ojos y la lengua.

Ve como cae la llovizna

Y se cierra el día sobre tanta  ciudad

No te ciegues a la devastación

Mira arder al caballo de madera

Y fundirse a los soldaditos de plomo.

Aprende a creerme

En este camino de improperios

La esterilidad nos ha llenado de hijos

tomado de Poemania

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 8:06, Categoría: poesia
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arteinsieme

Questa volta la mail non contiene un aggiornamento, benché fra le News sia riportata la notizia di questa iniziativa di cui più dettagliatamente potete leggere di seguito.

In questo nostro mondo ci sono persone, tante, che hanno bisogno dell’aiuto di altri, per sopravvivere, per non morire, e fra queste rientra Gramos, un bambino kosovaro che per tutta la sua esistenza necessiterà di cure costose che, ovviamente, la sua famiglia non può permettersi.

Gramos ha bisogno anche di noi, e non per vivere meglio, ma per poter vivere.

Non si chiede un’offerta di denaro, benché sia in ogni caso ben accolta, ma di partecipare a questa iniziativa benefica, inviando fiabe di vostra creazione e diffondendo la notizia fra quante più persone possibili (con la pubblicazione del manifesto sui vostri siti, sui vostri blog o interessando i vostri conoscenti).

L’associazione che si interessa della cosa è seria e quindi il ricavato non finirà nelle tasche di chi non ne ha bisogno, ma sarà devoluto, al netto delle spese dell’editore, per consentire che Gramos viva.

Ecco il manifesto dell’iniziativa, con la speranza in una vostra partecipata adesione.

 

Una fiaba per Gramos

 

Gramos ha 12 anni.

Gramos vive in Kosovo.

Gramos è affetto da una malattia rara, la tirosinemia.

Gramos può sopravvivere soltanto con una dieta speciale e un farmaco che costa 1400 euro ogni 60 giorni.

Gramos RISCHIA DI MORIRE, se nessuno lo aiuta. Finora le “porte istituzionali” a cui ha bussato gli hanno offerto solo vaghe promesse.

Gramos ha bisogno di noi.

Non chiediamoci “Perché NOI?”

Quanto tempo spendiamo ogni giorno a immaginare un presente diverso, a parlarne?

Questa è la nostra occasione per FARE un presente diverso. Un’occasione d’oro. Quella di salvare la vita di un bambino.

SCRIVENDO una fiaba, per cominciare.

ACQUISTANDO un libro, poi.

Un libro che raccoglierà le migliori fiabe che ci invierete. Il contributo di scrittori e blogger che vorrano regalare una storia a un bambino che ha ferocemente BISOGNO di credere alle favole. Il contributo di chi vorrà costruire per lui un AQUILONE da fare volare sempre più in alto.

 

 

 

REGOLAMENTO

 

Possono partecipare tutti.

Scrittori, appassionati di scrittura, blogger. Il limite di battute fissato è di 6000 caratteri spazi inclusi, ma non saremo fiscali, il tema è assolutamente libero. Lasciate viaggiare la fantasia, però ricordate che state raccontando una storia a un bambino. In età scolare, diciamo, per garantire una certa omogeneità.

Un comitato di lettura farà delle scelte, se sarà necessario.

Non ci piace l’idea di rifiutare un regalo, e se sarà possibile non lo faremo. Però l’obiettivo è raccogliere DENARO per dare un futuro a Gramos, e questo non lo perderemo di vista.

 

Le fiabe dovranno essere inviate come allegato, in formato word, all’indirizzo:

 

balenebianche@fastwebnet.it

 

entro il 30 settembre 2007. L’oggetto della mail dovrà essere “Una fiaba per Gramos”.

Gli scrittori selezionati riceveranno successivamente una dichiarazione da firmare, in cui chiederemo loro di cedere i diritti d’autore sulla propria fiaba all’associazione di volontariato City Angels.

Saranno loro, infatti, le nostre mani, quando arriverà il momento di consegnare il dono ai medici che si prendono cura di Gramos.

Il libro verrà pubblicato, in tempi brevissimi (perché Gramos NON PUO’ aspettare) attraverso Lulu.com.

Ogni autore selezionato si impegna ad acquistarne almeno una copia, (mi sembra proprio il minimo, no?), perché le nostre parole diventino cibo e medicine.

 

Questo è un concorso atipico, ve ne sarete resi conto. Poche certezze, per ora, ma molta voglia di fare. E molta passione.

Ringrazio Morgan Palmas, blogger e city angel, che per primo mi ha parlato di Gramos, che sarà il referente della raccolta fondi e che fisicamente consegnerà il denaro che riusciremo a raccogliere, girando anche un video a testimonianza di questo importante momento.

Ringrazio Renzo Montagnoli e Francesco Giubilei per l’entusiasmo dimostrato e il prezioso aiuto che hanno spontaneamente offerto per trasformare questo sogno in un progetto.

E un grazie speciale a Remo Bassini, scrittore, giornalista, editor nonché blogger, che ha accettato di mettersi in gioco con noi, scrivendo la prefazione del libro.

 

 

 

 

Ringrazio Morgan Palmas, blogger e city angel, che per primo mi ha parlato di Gramos, che sarà il referente della raccolta fondi e che fisicamente consegnerà il denaro che riusciremo a raccogliere, girando anche un video a testimonianza di questo importante momento.

Ringrazio Renzo Montagnoli e Francesco Giubilei per l’entusiasmo dimostrato e il prezioso aiuto che hanno spontaneamente offerto per trasformare questo sogno in un progetto.

        

 

                                      Sabrina Campolongo”

 

 

        Renzo Montagnoli

 

http://www.arteinsieme.net/renzo/

http://armoniadelleparole.splinder.com/

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 8:04, Categoría: web
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carlos chacon, cuba : la decima

La décima escrita: proliferación del hacer y la escualidez de la promoción

 

                                                                             

                                                                         Por Carlos Chacón Zaldìvar

                                                                                                                          CUBA

 

 

“El hombre que está parado en ellas examina un espacio. No carea con otras veces. Expone sencillamente su mensaje con la rapidez y el éxtasis del rapsoda” así dice Roberto Manzano (Ciego de Ávila, 1949) en el Pórtico a su decimario El racimo y la estrella, publicado por Ediciones Unión en 2002.
Manzano Díaz ha recibido diversos reconocimientos literarios por la calidad de su quehacer poético: Premio en Décima 26 de Julio 1993, Premio Adelaida del Mármol 1996 y otros, es considerado por muchos estudiosos uno de los poetas más destacados de su promoción.
Dialogar con Manzano acerca de la situación actual de la décima en la Isla, es ocasión propicia para enfocar un tema que no por conocido deja de ser polémico.

 

LA PROMOCIÓN DE LA DÉCIMA ES UN HECHO POSTREVOLUCIONARIO

 

Hay que recordar que el Cucalambé no era incluido como un gran autor por los críticos y académicos republicanos. Se encontrará sólo de pasada en los manuales, en los materiales preparatorios para la enseñanza superior, en la publicística literaria de la época. No era, según ellos, un autor de primer rango. No estaba en el repertorio, en el canon sancionado por estos sacerdotes de la palabra. Me imagino que les parecía demasiado guajiro, demasiado cercano a la oralidad, demasiado apegado a lo popular. Como siempre les pareció todo Buesa o una parte de Carilda, aunque por otras razones. Como les pareció demasiado negro Nicolás Guillén. Son cegueras, inconscientes y conscientes, que padecen los juicios literarios con frecuencia, y que deben repararse con prontitud, porque entrañan injusticias tremendas. Hoy pasa lo mismo, con otros autores y tendencias, que sería muy largo de enunciar. Porque todavía no entendemos bien el proceso de la vida literaria, y la confundimos con la verdadera literatura. Y ciertos ideologemas circulantes nos parecen verdades inconmovibles, pues tienen la autoridad del consenso y la distribución pública.

Todavía hoy el Cucalambé -y la décima, que le es consustancial- padece en ciertos medios literarios, aquellos que se consideran árbitros de la norma, un desdén que no se atreve a verbalizarse del todo, pero que permanece activo en actitudes y juicios. Y como esos grupos han tomado el poder de los más importantes sitios de legitimación en Cuba, la décima no asoma por allí, o si asoma es de modo eventual y como ciudadana de segundo orden. Así, donde ellos actúen como jurados, un libro de décimas, por excelente que sea, es totalmente improbable que obtenga un premio, o se le galardone con el premio de la crítica, o reciba una esmerada atención promocional si ya ha sido publicado. Al Indio Naborí no se le adjudicó el Premio Nacional de Literatura sino después de unos años de forcejeo, aunque su figura sea respetada por tirios y troyanos. A la primera oportunidad, blandiendo argumentos presuntamente de gran pureza conceptual, fue eliminada una colección editorial de décimas. No es que se pongan de acuerdo, en un invisible consorcio, para cometer tales dislates. Es que ejercen sus criterios, y es allí, en sus conciencias estéticas, donde están las raíces de sus actitudes excluyentes. No se sabe aún lo poderoso que es en nuestro medio el gusto como absoluto criterio, y lo poco que verdaderamente se lee a los coetáneos que no son afines, o que se subestiman porque no se encuentran permanentemente en el candelero, o se consideran cultivadores de formas o estilos menores o trascendidos. Hay grandes doctores en nuestro medio que no han leído jamás con detenimiento una décima de Renael González, ese decimero provinciano, y que una vez fue tojosista, para colmo de males. Sin embargo, después del Indio, y procedente de la escritura y no de la improvisación, no recuerdo otro caso de poeta que se haya apropiado el pueblo con tanta facilidad en los últimos treinta años. ¿Eso no merece también una parte de la atención promocional y crítica, o la poca que existe -casi siempre emergente y afiliada- la seguiremos distribuyendo sólo en ciertos sectores?

Hay que decir que jamás en Cuba hubo tanta gente empleada para fomentar la literatura, y para comprenderlo basta revisar estructuras e instituciones que tengan como misión central o complementaria ese noble ejercicio. Ni hubo tantas brechas -aunque nos parezcan escasas- por donde sacar a la luz pública un librito de décimas. Ni hubo tantos concursos de todo tipo. Algunos de ellos, los menos, claro está, dedicados a promover la décima escrita. Hubo una vez una colección, y hubo un gran concurso. La colección la mencionamos ya, y el concurso era el que convocaba el MINFAR. Ya no existen. Villa Clara mantiene una ventana abierta por donde nuestra estrofa asoma de modo bienal. Surgió un  nuevo concurso, el Cucalambé de las Tunas, con carácter internacional, que ha entrado con fuerza en la masa nacional de cultivadores, pues está premiando excelentes libros y gratifica de manera más o menos decente, según la vida que vivimos hoy en Cuba, aunque no debiera estar tan por debajo de los otros grandes premios del país, algunos de los cuales, por lo menos en la poesía, parecen írselos apropiando implacablemente algunas tendencias específicas. Es el concurso de décimas más legitimador que existe en la actualidad, pero sus beneficiados no reciben el espaldarazo de las instituciones centrales que se otorga a otros premios. Si pensamos en esa empleomanía promocional y en ese esfuerzo estructural que mencionamos hace un rato, ¿qué pasa con la décima entonces, que tiene tan poco espacio sancionador, y que no constituye un vector importante de legitimación para un poeta hoy en Cuba? ¿Y si un poeta escoge la décima como su medio más frecuente de expresión, como mismo otro escoge el versolibrismo más posmoderno o la prosa poética más deconstructiva, ya está condenado a ser segundón de antemano? Son preguntas que se abren como racimos, y que para ser bien contestadas piden irse a nuestra vida literaria y analizarla globalmente, con todos sus funcionarios, instituciones y actuales sistemas promocionales, pero irse, sobre todo, aunque parezca una herejía, a nuestro conjunto de críticos, investigadores y poetas y atender a los límites de sus conciencias estéticas, de los cuales a veces no son verdaderamente conscientes. Como puedes ver, es harina de mucho costal, que solicita otro espacio.

 

Participante en diversos certámenes literarios, autor premiado muchas veces, el creador avileño se ha desempeñado también con éxito como jurado, al respecto puntualiza:

 

No he organizado nunca un certamen de décimas. No creo que el problema esté en los que organizan directamente, sino en los que juzgan y promueven lo juzgado. Si hay algo que sugerir al respecto es que sería bueno que los organizadores imaginaran más oportunidades, para que la riqueza productiva con que hoy se mueve nuestro ejército de cultivadores tuviera más posibilidades de ofrecer sus productos a la nación y a la lengua. Si hay, como todo el mundo reconoce, un chorro inusitado de cantidad y calidad, esta corriente impetuosa debe encontrar las válvulas correspondientes. Es una elemental lógica hidráulica. O reducir los conductos de salida, pero jerarquizar sus volúmenes de entrega. No es bueno comprimir lo que mana espontáneamente.

Sí he participado como juzgador, y he tratado de hacerlo lo mejor posible. He escrito décimas desde el inicio, y en las décimas oídas a mis parientes y amigos está parte del sustrato de mi vocación y mi respeto por la creación de origen popular. Pero he visto juzgadores en ciertas ediciones de concursos de décimas, que me he preguntado en silencio qué hace allí esa persona, cómo es posible que juzgue lo que no ama ni ha demostrado justipreciar hondamente. Son errores de deslumbramiento de los organizadores, que en ocasiones no saben escoger los examinadores convenientes. Los concursos son un mal obligado de la vida literaria, que se justifican por la ausencia de mecanismos mejores de fomento y jerarquización. El diseño de los concursos ha de estar elaborado a partir del diagnóstico correcto de la circunstancia que se quiere remediar o favorecer. Estas circunstancias son las que dictan la estructura y el nivel del concurso. En Ciego de Ávila, donde fui fundador del Centro de Promoción Literaria, encontré que había excelentes circunstancias -dadas las peculiaridades históricas y culturales regionales- para el desarrollo de un concurso de la novela en décimas, que podía irradiar con naturalidad hacia lo nacional. No lo pude desarrollar, por determinadas razones personales. Pero sé que allí late, como una latencia digna del mayor interés, esa posibilidad promocional. Así deben existir otros sitios que sin reducir sus germinaciones a las órbitas capitalinas reciban las fuerzas integradoras y jerarquizantes de toda la nación. El Cucalambé de Las Tunas posee esta particularidad, pero debe recibir más esas fuerzas benéficas e impelentes, interesadas, a través de un apoyo activo, de que sus resultados adquieran la jerarquía cultural a que parece destinado por la calidad de los libros que ya ha distinguido y la demanda que brega por satisfacer con su existencia.

 

LA DÉCIMA ES PROTEICA Y AVANZA SIEMPRE

 

Acabamos de reconocer en la pregunta anterior que la actual décima cubana se encuentra en un momento importante de su desarrollo. ¿Cómo puede apreciar el observador esta salud real si se encuentra en su mayoría inédita? Ya se sabe: si en algún sector de la literatura nacional la oralidad aún permanece activa, es entre los decimistas, que constituyen como masa creadora un conglomerado mucho más noble que el de la poesía hegemónica, donde el tribalismo y la guerrilla reinan acerbamente. Y los decimistas de expresión escrita, en cuanto decimistas, poseen también estos caracteres. De modo tal que uno se puede encontrar que cualquier decimista propague el quehacer de otro, aunque no exista una relación amistosa entre ellos, o le mapee a uno el estado de la décima en una región sin ninguna actitud de ninguneo amarrándole los labios para el elogio, el breve reconocimiento o el simple inventario. No es fácil saber por dónde va realmente la producción de un renglón artístico en Cuba, dada la proliferación del hacer y la escualidez de la promoción, pero en la décima es un poquito más fácil por todas las razones aducidas. Y si uno, además de ser un asiduo cultivador, asiste a los sitios donde la décima asoma o integra jurados de esta forma específica, puede adquirir una visión al menos aproximada de su realidad productiva.

La décima es proteica, y avanza siempre. Tiene, en realidad, dos ritmos de avance. Uno para la décima improvisada, y otro para la décima escrita. El de la décima improvisada es siempre un ritmo de actualización estética, de desautomatismo creador, un tanto más lento, porque las formas -tanto externas como internas- tienden a conservarse más largo tiempo en la poesía popular que en la poesía culta. A la poesía popular no le interesa de igual modo la novedad y la diferenciación a ultranza que a la poesía de la supuesta alta cultura, enferma hasta los huesos del mal de la originalidad a toda costa, que alcanza en ocasiones las márgenes mismas del extravío. La incidencia del coloquialismo en la décima duró más que el propio coloquialismo, como sobrevivió casi hasta ayer el cucalambeísmo, un siglo después de su estado estético primario. El lirismo y la metaforización de la poesía de la tierra de los principios de los setenta entró con fuerza en la improvisación hacia los ochenta, aunque ya había estrenado su incidencia desde el inicio en la décima escrita. Es precisamente con esta generación que hay un primer giro estilístico en la décima escrita postrevolucionaria. El segundo giro ocurre en los finales de los ochenta y principios de los noventa, como una expresión de los nuevos cambios de sensibilidad en el arte y la sociedad. Se enfatiza entonces la condición recitativa y gráfica, lejana ya cada vez más del canto, inclinándose, a través de ciertos recursos, a desplazar la idea en versículos dentro de las pautas arquitéctonicas propias de la estrofa. Con lo cual la décima permanece en cuanto décima, pero ya suena también como composición en verso libre. El primer recurso al que echaron mano los poetas fue el encabalgamiento, en sus múltiples variantes, y luego, en abarques sucesivos o simultáneos, a todas las rupturas entre lo métrico y lo sintáctico, como medio de crear una tensión interna generadora de energía expresiva, y su correspondiente atomización y desmembramiento de silencios internos con sangrías y renglones vacíos, como emblemas visuales de esas rupturas. Esto, en cuanto a variaciones formales, porque variaciones temáticas han habido muchas, al cambiar significativamente la cosmovisión de los poetas.

 

Como todo experimentado escritor Manzano expresa también sus criterios en torno a los concursos como elemento esencial en la relación vida literaria y literatura.

 

Es importante diferenciar, como vengo repitiendo hace años, a la literatura de la vida literaria. La vida literaria tiene algunas leyes que le son indiferentes a la literatura. Los concursos literarios constituyen estructuras de la vida literaria que quieren trabajar para el fomento de la literatura. Pero muchas veces -yo diría, la mayoría- sólo trabajan, en realidad, para el fomento de la vida literaria. La literatura se va armando con textos que llegan desde todas partes, cuando existen muchas partes desde donde arribar a la luz pública. Puede ser que incorpore alguno de algún concurso, pero el método de incorporación que el concurso representa en sí mismo le es absolutamente indiferente. El concurso es un esfuerzo social por resolver un problema que crea, de inmediato, otros problemas nuevos.  Es asunto peliagudo, que merece un foro de análisis, y que aquí no podemos resolver. Sin embargo, a la décima escrita la ayuda un poco el concurso, porque le ofrece cierta carta de ciudadanía, y el derecho a transitar entre las otras formas sujetas también a esta estructura de la vida literaria. Al menos, le da entrada a la vida literaria, aunque no se la ofrezca a la literatura. Ya, habiendo penetrado con algún derecho en la vida literaria, puede luchar al menos por su real incorporación literaria.

 

HALANDO LA BRASA HACIA SU SARDINA

 

Lo primero a preguntarse es: ¿qué crítica?, ¿hay crítica de poesía en Cuba? No engañarse porque las publicaciones culturales tengan secciones de crítica y porque, además, aparezcan allí piezas de esta índole con cierta abundancia. Esa es, al menos en lo que llevo leído hace ya treinta años, una labor menuda que la gente de letras realiza halando la brasa hacia su sardina. Incluso los que se han demorado más halando la brasa y han adquirido por ello cierta supuesta reputación de críticos, para el adiestrado en detectar los hilos son observables siempre las sardinas que resultan beneficiadas. A veces las sardinas no son autores específicos, aunque ellos sean escogidos directamente, sino ciertos postulados y comovisiones estéticas que se quieren poner en circulación y jerarquizar. Y la décima en Cuba nunca ha dado pie para la batalla grupal, que tiende a crear esos críticos emergentes o a reclutarlos en las nóminas que generan las publicaciones, aunque no sería enteramente censurable, después de todo, que en paridad de oportunidades y reclamos, la décima también desplegara sus batallas. Pero crítica sobre la décima -en todo el sentido movilizador de la palabra- no existe. La décima no ha estructurado sus defensas, y no ha incorporado a los circuitos legitimadores este personal especializado. Sí tiene, y realizan una labor sostenida y encomiable, periodistas de aguda sensibilidad -generalmente, son ellos mismos notorios decimistas, lo que les añade autoridad- que publicitan con fervor y justicia sus apariciones, y arriman las primeras aproximaciones axiológicas.

 

 

NO DESENVUELVEN UNA SISTEMÁTICA LABOR CRÍTICA

 

Se podrían mencionar nombres de autores que han ejercido su criterio sobre las décimas de otros, pero que realmente no desenvuelven una sistemática labor crítica en nuestro medio. A veces, los que llamamos críticos son en puridad investigadores de áreas específicas (esa área puede ser la décima) que periodizan un fluir, confirman los valores de un canon, retratan el comportamiento histórico y autoral de un género o forma genérica, en cuya labor inevitablemente deben ejercer el juicio; pero que rara vez se atreven a penetrar en la liza polvorienta de ahora mismo clarificando senderos o dirimiendo valores. Siguen el dictado que les impone la vida literaria (cuyas ideas principales están movidas por las ideologías literarias hegemónicas), y hoy se ocupan de Carpentier y mañana de Virgilio Piñera, según apresuradas leyes de olfato. Son admirables los investigadores que dedican hoy su esfuerzo a la décima, como Carlos Tamayo (aspectos biográficos del Cucalambé), Alexis Díaz Pimienta (teoría, técnica y evolución histórica de la décima improvisada), Virgilio López Lemus (orígenes y evolución de la décima en Cuba, en América, en la lengua española, con una bibliografía ya respetable sobre el tema), Juan Carlos García Guridi (la tradición decimista cubana y sus particularidades estilísticas o temáticas), Carlos Chacón Zaldívar (análisis del comportamiento de la vida literaria en torno a la décima escrita), aparte de algunos libros ya clásicos sobre la estrofa de poetas de generaciones anteriores a las de los investigadores mencionados, como Alberdi o Naborí, para sólo indicar dos ejemplos. En la actividad más propiamente crítica no puede dejarse de mencionar a Waldo González, que viene desde principios de los setenta realizando una pródiga labor de anuncio, propagación y examen, a través de todas las vías difusoras, junto a la creación de su propia obra decimística. O a Pedro Péglez, uno de los más importantes decimistas de los últimos años en Cuba, que difunde y valora la estrofa desde las páginas culturales o desde las tertulias y agrupaciones promocionales. O a Mayra Hernández, que ha valorado la creación decimística femenina con notables aciertos y conocimientos minuciosos de su actual diseminación por el país. O tantos otros, que no puedo enumerar por insuficiencias de memoria y constricción de espacio.

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 7:53, Categoría: lecturas
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termita caribe, de arte y literatura

Regresan las Termitas Caribes, termitas viajeras, migrantes y mutantes. Que no le temen a la palabra, a los símbolos,a la tecnología, a la desnudez, al sexo,  En este termitero planetario  caben por igual  el joven aprendiz de brujo y el consagrado soñador de cosmogonías y bibliotecas que ahora nos acerca Youtube de la mano de Soler Serrano. Los suricates  ofician como lazarillos de enormes gatos ciegos. Oh, Borges, Borges, Borges. 
La palabra esotérica toma su lugar en los poemas del profesor colombiano Otto Ricardo Torres,quien a su vez tiende vasos comunicantes a la comprensión del verbo hermético de Antonio Mora Vélez, que la Casa de Asterion deja en nuestras playas de sílice de la mano de Guillermo Tedio. Termitas que van y vienen que migran que navegan.
Desde los cafetales colombianos, el costeño Jorge Schultz se asoma a la ventana de Elena Ospina para contarnos la explosión de sentimientos que le suscita su trabajo y su coterráneo  Fadir Delgado dibuja la visión de unos pueblos comunes en sus rituales citadinos. 
El joven Claudio Berrío lee en El País de Madrid las recientes obras de Wooddy Allen y desde las calles de Calarcá donde oficia extrañamente como profesor de Matemáticas y Fisica en el Colegio Robledo, nos arroja esta Lecturas Compartidas que en esta edición recuperan la sonrisa.
Recién llegado de Argentina, el escritor Bell Ruthé se deja caer en la Calle Treviño 5 de Madrid, con un poema en homenaje a Julio Cortázar, luego de escribirlo y declamarlo en el mismo lugar en que el cronopio de manos enormes escribió su novela "Los Premios": El bar London City. Y desde Alemania, la cartagenera Eva Durán, quien también pasó por Treviño, sube a esta revista su prosa erótica: una forma de desnudar los motivos de sus desarraigos en las tierras de los hombres transparentes. 
Palabras sacras  que igual sirven para ensalzar lo oscuro o lo sublime, luz y sombra, llama y fuego, ida y vuelta de una historia que Impaglione vivió hace ya muchos años en su natal argentina y ahora  regresa trasmutada en un  poema enviado dese Italia, con la misma fuerza de  su compatriota Soledad Castresana quien se desagarra en el verso con el horror  de una infancia trágica.
Palabras que van símbolos e iconos que  llegan, regresan, huyen o se pierden para decirse, para decirnos bien y mal decirnos. Termitas siderales que anclan en tu pantalla para contactarte con lo sagrado y lo profano. Y dentro de lo profano, te invitamos a ver: Donde Nos Leen (final, final de la columna de la izquierda) una mirada a las playas donde llega nuestra botella naúfraga.
Bienvenidos, bienvenidas.
Si tienes problemas con la visualización de las imágenes por favor ve directo a la TERMITA CARIBE, haciendo doble clic en el sigiente vínculo.

EN ESTA EDICIÓN: HOMENAJE A BORGES

HOMENAJE A BORGES
Video-Entrevistas. Fisonomía caricatográfica de Elena
 

EL DOSSIER DE OTTO

EL DOSSIER DE OTTO
Poemas, artículo y libro. Fisonomía caricatográfica de Pico
 

DESDE ALEMANIA

DESDE ALEMANIA
PROSA ERÓTICA. Eva Durán. Fotografía de Pico
 

EN LA VENTANA DE ELENA

EN LA VENTANA DE ELENA
MUSAS EBRIAS.. Jorge Schultz Navarro. Fotografía Pico
 

DESDE ESPAÑA. Bell Ruthé

DESDE ESPAÑA. Bell Ruthé
BOCANADA. Poema en homenaje a Cortázar
 

DESDE COLOMBIA

DESDE COLOMBIA
LECTURAS ESCOGIDAS. Claudio Berrío. Fisonomía caricatográfica Pico
 

DESDE ARGENTINA

DESDE ARGENTINA
POEMAS.Soledad Castresana. Pintura D.M. Rodríguez

DESDE COLOMBIA. Fadir Delgdo

DESDE COLOMBIA. Fadir Delgdo
POEMA CITADINO.Foto carnavaldebarranquilla.com
 

DESDE ITALIA. Gabriel Impaglione

DESDE ITALIA. Gabriel Impaglione
POEMA. Argentina 76. Fisonomía caricatográfica de Pico
 


CARLOS ALBERTO VILLEGAS URIBE

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 7:45, Categoría: web
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relato- arnedo

Concurso de Relato Breve 2007 del Ayuntamiento de Arnedo (España)
14 de septiembre de 2007

PARTICIPANTES

1. Podrán participar en este concurso
todos los escritores nacidos o residentes en
España que presenten un máximo de dos relatos
originales e inéditos, escritos en lengua
castellana, con extensión mínima de 2 páginas y
no superior a 10 páginas, mecanografiados en una
letra mediana (Word: Arial 11- 12) a espacio
interlineal de 1,5 y por una sola cara. El tema será libre.

PRESENTACIÓN Y PLAZO

2. Las narraciones deberán ser
presentadas por duplicado. El título deberá
aparecer al comienzo del texto y al final
figurará el seudónimo del autor. Las páginas deben ir numeradas.

3. Los relatos se presentarán bajo el
sistema de plica necesariamente sin firmar y se
adjuntará en el sobre general otro sobre cerrado
en cuyo exterior figurará el título/s del relato
y el seudónimo y en el interior, la ficha de
inscripción rellenada que se adjunta y si se
desea currículum y comentario de la obra.

4. Los trabajos se podrán presentar:
• En el Registro del Ayuntamiento de Arnedo.
• Remitir por correo a la siguiente dirección:
AYUNTAMIENTO DE ARNEDO. Área de Cultura y
Turismo. Plaza Nuestra Señora de Vico, s/n. 26580 Arnedo. LA RIOJA (España).
En ambos casos se deberá hacer constar en el
exterior del sobre general: CONCURSO DE RELATO BREVE "CIUDAD DE ARNEDO " 2007.
• Por correo electrónico, enviando
uno por cada relato a la siguiente dirección:
casacultura@ aytoarnedo. org, haciendo figurar en
el asunto el título del relato. Cada correo
deberá llevar dos archivos adjuntos denominados de la siguiente manera:
• RELATO, en el que se guarde el relato a concurso.
• DATOS DEL AUTOR, en el que figuren
los datos personales tal y como se detallan en la
ficha de inscripción que se adjunta con las bases.

5. El plazo de admisión de originales
será del 20 de agosto al 14 de septiembre de
2007. Se admitirán los trabajos recibidos después
de cerrado el plazo de admisión, si el matasellos
indica la fecha del 14 de septiembre o anterior.

PREMIOS Y JURADO

6. Se otorgará un premio de 350 €. Los
importes de los premios estarán sujetos a la
retención de I.R.P.F. conforme a lo establecido en la legislación vigente.

7. El premio podrá ser declarado
desierto, si a juicio del Jurado, las obras
presentadas no reuniesen méritos suficientes o no
se ajustasen a las condiciones establecidas en
las bases, así como dividido. Cualquier cuestión
no prevista será resuelta por dicho Jurado.

8. El Jurado será nombrado por la
Comisión de Cultura y Turismo del Ayuntamiento de
Arnedo y compuesto por personas competentes en el
tema y su identidad se dará a conocer en el acta
del fallo. El secretario del fallo podrá tener voz y voto.

9. Una vez establecido el relato
ganador, se procederá a la apertura de plicas
para comprobar el nº de obras enviadas por autor
y la identidad del ganador. El fallo del Jurado
será dado a conocer a través de los medios de
difusión y comunicado al autor premiado.

DERECHOS DE REPRODUCCIÓN

10. Los trabajos premiados quedarán en
poder del Ayuntamiento, quien se reserva el
derecho de publicarlos o difundirlos públicamente
haciendo constar el nombre del autor. Podrá
efectuarse una lectura pública de todos los
trabajos presentados o de una selección de ellos.

11. No se devolverá ningún relato. El
Ayuntamiento de Arnedo se reservará un ejemplar
para el archivo de todos los trabajos
presentados. El resto de las copias serán destruidas.

12. El hecho de concurrir a este
certamen implica la aceptación de las presentes
bases y de las decisiones del Jurado, que serán inapelables.

Mayor información: Teléfono: 941383815 • Fax:
941384407 • E-mail: casacultura@ aytoarnedo. org • Web: www.arnedo.com.

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 7:34, Categoría: concursos literarios
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jose millet, venezuela


¿De qué murió Cos Causse?

                                        

Cos Causse murió del último trovador

de la alegría incontenible de su violín roto

de los  arrebatos de su guitarra antigua

que sólo quería cantar una canción gitana

de ir de voz en voz musitando una copla,

de bar en bar pregonando la nueva buena

de esquina en esquina al rancio estilo santiaguero

para simplemente decirle a la piedra que vio tocar a Chano Pozo en Martí y Moncada:

aquí estoy yo, toqué y me fui sin decir nada.

Cos Causse murió de lo que mueren los buena gente : de muerte natural

de los cuidados de las Glorias, las Isabelitas y las Madelines y Alinas

que lo atendían después de que todos habían terminado la jornada laboral

para vigilarlo en esa soledad acompañada de seres ignotos

las que lo alimentaban como a bebé recién nacido

 y le saneaban cuidadosamente y echaban colonia Menen por todas sus costillas

Es así que el cronista dice que Cos Causse murió de cotidianidad citadina

de horas conversando con el mismo espejo y con el mismo vaso de ayer

de diálogos interminables con sus humildes cubiertos que no chistaban

o de no querer otra comida que el respeto a un hombre sencillo

que lo mostraba como el título académico más alto

obtenido en la universidad del trato afable con todos los vecinos del barrio

Cos Causse murió de niñez, de ser niño en cada uno de sus actos

de ángeles volando entre flores olorosas a inexistencia

de ausencia de liquidez en el concepto y en el verbo que no sabía emplear

de belleza poética que le salía fácil e incrustaba en las sienes

de tantos soles y girasoles a lo Van Goh juntados en el único jarrón que faltó en el instante preciso

 de demasiadas alboradas contadas y vueltas a contar para tragárselas en un fugaz suspiro

y de las innumerables muchachas que enamoró a un tiempo también murió Cos Causse.

Después de haber estudiado científicamente la historia clínica que me pasaron por internet

he descubierto, al cabo de tanto tiempo, de lo que moriría Jesús Cos Causse:

Cos Causse murió así de simple, de demasiado Cos Causse en el alma

no señor, no de cañaclara como se ha insinuado en el informe

ni mucho menos del sutil humo de los buenos habanos que fumaba a escondidas

ni de nocturnidades tan seguidas ni de mujeres en cada país y pueblo ni de frugalidad en el uso del plato

(porque el mejor pan--me dijo poco antes de expirar-- está en el perfume pasajero de las flores..)

no murió de nada de eso, sino del amor venenoso que había en aquel poema que tardó en salir más de lo debido

lo que se traducía en su lenguaje como una puñalada en ese costado tan sensible,

en la palabra que no llegó a tiempo para escribir su propia crónica anunciada y fue suficiente

para que su Rocinante exhalara su acostumbrado relincho de combate.

Cos Causse murió de poesía, como él solo quiso morir: recostado a un libro de versos en vez de a un salmo,

en efecto la poseía le brotaba por todos los lados como manantial de la serranía,

 crecía por todo el cuerpo y de ella vivía, hizo un modus vivendi y con ella vivía y con ella comía para alimentarse

y con ella se acostaba y se dormía y se despertaba e iba por todos los rincones del universo

sin carta de presentación títulos nobiliarios ni ningún tipo de protocolo.

Se paseó por donde quiera de brazos de esa chica bohemia que algunos llamaban Loca.

Es inexacto por tanto el informe forense que me enviaron por email:

Cos Causse no murió de delgadez extrema porque esa era y será la figura del Quijote,

ni de añoranza de los versos libres que ya no podrá escribir

ni de desesperanza porque no pudo impedir a tiempo

que se marcharan a no sabía qué extraña mansión de luz

tantos entrañables hermanos que compartían con él la mesa

sí, de una vez, y en corto tiempo y juntos, lo peor sin consultárselo ni despedirse...

¿con quién iba a conversar entonces cuando se despertara

o en las tardes soleadas de la Casa del Caribe con quien iba a compartir?

Cos Causse se enfadó mucho esta vez y decidió trotar con su lanza romántica a rescatar a sus amigos perdidos.

Cos Causse entonces murió del denominado Mal Caribe:

de ese afán quijotesco de cobijar a todos en un barco ebrio, a lo Rimbaud,

desafiando la furia de las olas y el frío penetrante de las madrugadas

de saludar nostálgicas sirenas

y de combatir a esos temibles gigantes de las siete leguas con harta intrepidez

para una humanidad tan leve y luminosa como la suya.

Cos Causse murió de lo que debía morir:

de esa luz que ventilaba sus estrechos pulmones

de generosa amistad profesada a toda costa, a costa de sí y de su jumento,

de imborrables recuerdos de aquellos primeros tiempos combatientes,

de Wldosleyvas, Carraleros, Guarioneces, Augustostorres y Luisdíaz, cada cual con su guitarra,

de aquellos tiempos pasados en los que gustaba permanecer anclado.

más bien me dice una musa: Cos Causse murió de Santiago:

de esa enfermedad que se le pegó en el pecho

y le impedía dormir y comer y bañarse

porque ese mal de la patria chica es como una sanguijuela

que se te pega al cuerpo y al lama y nunca te abandona hasta que cierras el último párpado

también de adorar por esa razón terruñera a su madre y a sus hijos y a todos sus deudos

que anhelaba apresar en un solo verso, como se tiene lo que se quiere en un puño

de no poder saludar a rafael cuando caminaba por las calles de Madre Vieja

ni a Ulloa ni a Millet ni a Ivonne ni a Isabelita cuando abría la puerta para dejar entrar la luz

o cuando se despertaba soñoliento de aquel lecho en el que amaba escribir su despedida.

Bueno, después de un análisis exhaustivo, realmente desconozco de qué pudo morir Cos Causse

o estoy dudando de si realmente murió...

¿o no será acaso otra de sus acostumbradas trapalecerías para convencernos de que ha muerto

hechas con tanta frecuencia para aparecerse luego con su sonrisa pícara

pidiendo cualquiera de las cosas que apetecía degustar ante nuestro asombro

o sencillamente para escapar furtivo en el alas de su mejor verso?

                                                                        (Coro, agosto 26.2007.)

"¡Ya no hay flor!", escribió José Martí en su Diario
de campaña (De Cabo Haitiano a Dos Ríos), cuando (muy
cerca él también de la muerte)  recibió la noticia de
la caída en combate del general Flor Crombet. Hoy, 23
de agosto, al recibir la noticia,  no por esperada,
menos dolorosa, de la "desaparición física" de Jesús
Cos Causse, no he podido menos que decir, recordando
al apóstol, ¡Ya no hay Jesús!.

Fueron dos "Mayores generales" de Santiago de Cuba,
uno dela independencia, otro de la poesía, que al
morir, cada uno en su tiempo y su destino, dejaron una
huella profunda en el alma de la nación cubana y en el
imaginario colectivo de su pueblo.

Se habla de Jesús, como el Quijote negro del Caribe,
en alusión a que su "fina estampa" (alto, delgado,
frente despejada y barbilla incipiente)lo asemejaba
físicamente con el último de los caballeros andantes,
pero su quijotismo incorporaba, no sólo virtudes del
Quijote original (desinterés, valentía, defensa de los
humildes y desheredados de la fortuna), sino también
de su fiel escudero Sancho  (modestia, lealtad,
realismo, sentido del humor,  picardía...).

Poeta natural de esos que como Heredia o Martí nacen
cada cien o cada 50 años, Jesús Cos Causse, como en el
poema "El apellido" de Nicolás Guillén, bien  pudiera
llamarse Jesús Manzano, Jesús de la Concepción Valdés,
Jesús Garay, Jesús Matamoros, Jesús Eluard, Jesús
Moré, Jesús Roumain, Jesús Alexis, Jesús Golomón,
Jesús Soleiman.

Ha muerto Jesús Cos Causse. ¡Ya no hay Jesús!, pero
todos los días al visitar el Patio de la Casa del
Caribe, de la Casa de Heredia, de la "Jutia Conga", o
cualquiera de las Capitales, ciudades y "Niagaras" del
Caribe y el mundo, donde amó a una mujer, escribió o
leyó un poema, y se tomó un largo  trago doble de ron
o de aguardiente, lo encontraremos "a bordo, ligero de
equipaje", con su escarapela de juguete  de antiguo
emperador haitiano, su guayabera caribeña y su amplia
sonrisa, rodeado de luciernas y amigos.

¡Ya no  hay Jesús!, pero en su natural despedida, "en
un carro de hojas verdes", lo acompañan las palmeras
de Alto Songo y de Bayamo, las flores de Virama, los
Guijes del Cauto, las yagrumas de la Sierra Maestra,
los bambues de San  Luis y de La Maya, los algarrobos
de Pilón del Cauto y de Barrancas, los luases del Toa
y del Artibonique.

Estoy convencido, de que si ahora mismo, en cualquier
momento, entramos al  patio de "su casa", la Casa del
Caribe, lo encontraremos debajo de los mangos casi
centenarios, conversando con sus intimos amigos.

Con Jorge Luis Hernández, habla sobre "el día que el
caballo de Fresneda  relinchó en la Calle Heredia",
con Vicente Portuondo, sobre los misterios del Petró,
el Radá y el Palo monte, con Joel James sobre
Mckandal, Paulina Bonaparte y los secretos del "Reino
de éste mundo, con María Nelsa Trincado, sobre los
últimos arahuacos de Yateras, las cenizas de Hatuey y
los conjuros tainos del tabaco. Con Rogelio Meneses
sobre "el día en que Santiago Apóstol puso los pies en
la tierra, y con Julian Mateo, sobre el libro perdido
de Aristóteles y el Nombre de la rosa.

¡Ya no hay Jesús!, pero no es cierto. Es un niño pobre
y sin juguetes que juega en los solares de Santiago,
con pelotas de cartón y emperadores filatélicos. Ha
pedido ¡Tiempo!, con las bases llenas. Se ha ido, es
verdad, pero  por un momento.
Enseguida regresa.

Como a papá Lebgá, como a Guillén, como al otro Jesús
(el de las cañas), lo hemos visto pasar  una clara
mañana de agosto, entre el mar y la montaña,  montado
"en su caballo de agua y humo".

Ariel James Figarola

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 7:30, Categoría: poesia
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literalia

En www.Literalia.es  hemos llegado a 1000 usuarios registrados.

Este jueves cumplimos un año en la red, con aproximadamente 270.000 visitas.

Desde Cumbres Borrascosas queremos daros a todos las gracias por vuestro apoyo a este proyecto, e informaros de las novedades que hemos incorporado, por si os interesan.

-1- Hemos incorporado una sección de prensa diaria, para que podáis consultar más de 30 medios de prensa nacional e internacional con un sólo clik.

-2- Hemos añadido un acceso directo a la web del Diccionario de la Real Academia, para que podáis consultar cualquier palabra.

-3- En la sección enciclopedias, hemos incorporado varias obras de consulta, tanto en serio como en broma, que pueden interesaros.

-4- Hemos añadido 60 obras más a la Biblioteca Básica. De clásicos a obras filosóficas, pasando por todo tipo de géneros.

-5- Por supuesto, nuestra colección de reseñas y material literario ha seguido creciendo. Contamos con vuestra colaboración para que siga mejorando.

-6- En la sección foros, se está desarrollando un interesante concurso semanal de relatos: EL PAPIRO VIRTUAL Es un magnífico ejercicio que no deben dejar pasar los que están empezando en la práctica literaria. Vamos ya por la octava edición.

-7- Seguimos convocando periódicamente nuestros talleres literarios

-8- Para los aficionados a la poesía, hemos puesto en marcha un gigantesco proyecto poético en www.enverso.es donde podéis añadir vuestros propios poemas o los de autores clásicos.

-9- Hemos conseguido reunir la mayor colección de relatos en español de todo internet. Esrtamos intentando gestionar su reconocimiento en el libro Guiness. Podéis verla en www.tinterovirtual.com Tenemos ya 4500 relatos originales.

-10- Parta los interesados en la Literatura, y en colaboración con www.premiosliterarios.com estamos construyendo una enorme biblioteca de recursos técnicos para escritores en www.tecnicaliteraria.com. En esa web disponemos de entrevistas, notcicias, curiosidades, materia de técnicaliteraria, comentarios en profundidad, etc.

Como veis, vuestro apoyo nos ha impulado a seguir trabajando para construir, entre todos, un gran recurso cultural en la red.

Esperamos celebrar aún más a lo grande el segundo aniversario.

Heathcliff 


Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 7:24, Categoría: web
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Novedad Librería Guaymuras: Revista Envío - Honduras

Envío-Honduras
ERIC

Revista que presenta una visión crítica de la realidad y una
respuesta a los desafíos de Honduras en el siglo XXI.

Año 5, No. 15, julio 2007

En esta edición presenta los siguientes artículos:

-  Derechos humanos y desarrollo:
   Una asignatura pendiente de la democracia hondureña
   Ismael Moreno, SJ

-  Movimientos sociales en Honduras:
   balance y perspectivas
   Eugenio Sosa

-  Derecho Internacional, medio ambiente y participación.
   Manuel Jiménez Fonseca

-  El maíz transgénico y la economía campesina
   ¿Ciencia para profundizar la inequidad?
   José Luís Espinoza

-  Apuntes sobre la situación actual y las perspectivas
   del movimiento de mujeres y feminista
   Gilda Rivera

-  El derecho humano al desarrollo
   Joaquín Mejía y Yolanda González

-  La realidad centroamericana y la vigencia de los
   derechos humanos: Un balance de logros y desafíos
   Roberto Cuellar

-  Aparecida y los retos de la Iglesia Católica
   para el siglo XXI
   Antonio Pedraz, SJ

* Esta es una contribución de Editorial y Librería Guaymuras
   a la difusión de la producción bibliográfica nacional.

Para mayor información contáctenos en:
Librería: tel. 222-4140, 263-0579. Correo-e: libreguay@cablecolor.hn
Editorial: tel. 238-3401, 237-4931. Correo-e: guaymuras@gmail.com,
ediguay@123.hn, ediguay@cablecolor.hn

Por lobitogabriel - 29 de Agosto, 2007, 7:23, Categoría: periodico
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